Non possiamo fare a meno del Super Bowl e di Sanremo.


E' successo anche quest'anno. Il Super Bowl è andato in scena consegnando alla storia sportiva una partita noiosa, la vittoria dei New England Patriots, ma soprattutto l'immagine di un uomo in grado di vincere il sesto titolo a quarantuno anni suonati, che per un quarterback credo sia una vera impresa.
Tutto si è svolto regolarmente: cerimonia d'apertura con inno americano, inizio partita, botte da orbi, qualche buon lancio, tanto di halftime show con i Maroon 5 (a mio modesto parere il più palloso della storia della NFL, condito dall'inutile levata di maglietta del cantante Adam Levine, che neanche così è riuscito a ravvivare il mio interesse per il suo gruppo), poi di nuovo botte da orbi, qualche altra giocata, vittoria dei Patriots, cerimonia e festeggiamenti. Bravi, bravi tutti. E brava me, che anche quest'anno ho assistito sveglia e vigile per tutta la notte al sacro rito del football americano.
Già il rito. In effetti per me, donna italiana, che cosa può significare effettivamente uno sport che si gioca dall'altra parte dell'oceano, di cui neanche capisco bene le regole, tanto meno gli schemi di gioco? Inoltre non lo seguo durante i restanti trecentosessantaquattro giorni e neanche sono una fanatica della cultura americana. Allora perché ogni anno, mi ostino a vederlo, aspettando con ansia che passi la mezzanotte e ingurgitando caffè per non appisolarmi durante la partita?
La parola chiave è rito.
Nonostante la nostra civiltà si voglia definire evoluta e sotto alcuni aspetti, per esempio quello tecnologico, si può dire lo sia, rimaniamo inesorabilmente attaccati a determinati avvenimenti, che si svolgono nel passare del tempo sempre con gli stessi identici cerimoniali. 
Il rito fa parte di noi rendendoci curiosi nei confronti dei culti altrui e rigorosamente pedissequi nel riproporre quelli che ci appartengono.
Passando dalle donne giraffa, con i loro anelli al collo, al salto dei tori della tribù etiope Hamar, virando verso il Brasile con le tre prove dei Mati (veleno negli occhi, botte con bastoni e simpatici dardi sparati da lunghe cerbottane), fino ad arrivare alla corsa dei tori di Pamplona, il mondo intero è costellato di cerimonie di qualunque genere per celebrare il matrimonio, l'arrivo dell'età adulta, la nascita, la morte, o semplicemente la fine di un percorso di studi.
Ognuno di noi ne è stato protagonista o partecipante: soprattutto noi italiani, che vantiamo un vasto patrimonio di tradizioni e rituali religiosi dai quali facciamo fatica a sottrarci.
Il rito fa parte di noi; che esso sia serio, per chi è credente, come la processione del crocefisso, o più frivolo con le luci della ribalta e i lustrini, come la cerimonia degli Oscar, poco importa: va vissuto.
Nel vederlo veniamo per un attimo catapultati in un altro paese con una cultura differente dalla nostra: in questo periodo storico perciò non guasta, se per un'ora ci immergiamo nella profonda Amazzonia dove dei ragazzini devono infilare le mani in guanti ripieni di formiche mordaci, o in Giappone dove si tirano fagioli al capofamiglia per il rito del mamemaki, o in Italia dove domani avrà inizio il tanto atteso festival della canzone italiana.
Certo, alcuni riti sembrano grotteschi, come la discesa con tacco dodici da una scalinata senza corrimano, altri veramente crudeli, come quello del taglio delle falangi delle donne che perdono i loro cari in Papua Nuova Guinea, che per fortuna ora è vietato dalla legge; ma tutti rimangono riti e in quanto tali, pur essendo completamenti diversi fra loro, accomunano noi umani più di quanto immaginiamo. 
Domani sera, perciò, al caldo nel vostro appartamento, seduti sul divano, quando ascolterete la sigla dell'Eurovisione, pensate per un attimo che state per vedere un rituale di italica provenienza e che forse dall'altra parte del mondo qualcuno, come ho fatto io per il Super Bowl, lo sta guardando con curiosità; perciò rispettatelo, sentitevi parte dell'umanità bisognosa di riti, andatene più o meno fieri e soprattutto il giorno dopo non fate finta di non averlo visto (è così, nessuno lo vede mai, però in media fa quasi undici milioni di spettatori) e a quelli che vi chiederrano perché vi appassionate al festival, rispondete semplicemente perché Sanremo è Sanremo!

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