"Questa qua" lo dice a sua sorella - Piccola storia di tre ore all'Ikea.


E' vero, non ho avuto una brillante idea oggi. 
Recarsi all'Ikea il sabato non è proprio la trovata del secolo, soprattutto se le previsioni meteo includono l'allerta gialla per temporali, una grandinata e rovesci temporaleschi dalle 12.00 alle 16.00. Senza contare lo sbattimento del cambio autobus, la conseguente attesa al riparo di una pensilina affollata, l'effetto aquaplaning delle macchine incuranti di chi cammina con difficoltà su un marciapiede largo cinquanta centimetri e il costante vento che rende inutile l'utilizzo del tuo magnifico ombrellino acquistato a tre euro con la speranza che possa resistere mezza giornata.
Arrivata a destinazione, con mia grande sorpresa, ho trovato un luogo non così affollato, tutto sommato quasi paradisiaco, non fosse altro per l'accogliente tepore che, una volta superata l'enorme porta/girello, mi ha avvolto, il profumo di truciolato e colla che fa subito casa moderna di giovane coppia contemporanea, cioè giovani precari in attesa della scadenza del contratto a tempo determinato, e quel primo angolo espositivo con divano angolare bianco "Gronlid" addobbato con dei bei cuscini a stampe colorate e il plaid a fantasia geometrica che ti verrebbe voglia di avvolgerti lì, tipo larva nel suo bozzolo, ordinare una tisana calda con i biscotti di farina di compensato e gocce di cioccolato e rimanere ore e ore a guardare lo spettacolo della varia umanità che passa.
Invece no, perché di quell'umanità ne faccio parte anch'io e quindi proseguo salendo le scale con la determinazione di raggiungere l'unico, preciso e mirato obiettivo della mia spedizione: l'acquisto di dieci cornici "Fiksbo" 10x15 cm e quattro misura 21x30 cm.
E' inutile sottolineare come una pratica che poteva essere svolta in dieci minuti al massimo, sia diventata una passeggiata da due ore e quarantacinque minuti tra mini appartamenti arredati, divani, sedie "Poang", sistemi di chiusura per cassetti e ante, tavoli allungabili e non, rubinetti e soprattutto cucine e armadi. 
Ho una vera fissa per le cucine, così belle e perfette nelle esposizioni, pulite, ordinate e organizzate: piano cottura a induzione, il mio sogno proibito, cappa in acciaio stile industrial, come dicono i designer di grido, lavandino tipo vasca da bagno e frigorifero Smeg rosso, piano di lavoro in finto legno, comodo da pulire. E' già pronta nella mia mente; sono anni che la progetto risparmiando pochi spiccioli al mese per comprarla in un futuro molto molto lontano, mentre nell'attesa rinuncio ai sofficini Findus, non avendo il freezer e apro le scatolette di tonno, la mia principale fonte di sostentamento, sul piano di fòrmica che si sta scollando.
L'altro mio tarlo sono gli armadi: quando li vedo organizzati con grucce, ripiani, cassetti, porta cinture, scatole per riporre gli oggetti poco usati, divisori per la biancheria intima, il tutto celato da quelle bellissime ante scorrevoli, un velo di tristezza affiora in me, pensando al mio guardaroba a due ante che ho riempito come se ne avesse otto e che alla mattina mi sputa, nel senso letterale, indumenti a caso o ne ingoia altri facendoli sparire per sempre in una dimensione alternativa.
Mentre passeggio diligentemente lungo il percorso imposto dai guru dei grandi magazzini e rimugino sulla mia casa futura, non sono rare le scene di poveri uomini, vere vittime della nota catena svedese, che all'ennesimo "Già che ci siamo, potremmo pensare al rivestimento da abbinare alla chaise longue", roteano gli occhi, impallidiscono e rassegnati cercano di nascondersi dietro ad una "Billy" in esposizione.
Arrivata al piano sottostante, trovo le cornici, scelgo i colori e mi avvio verso le casse.
Faccio la fila, attendo paziente il mio turno, appoggio la merce sul rullo trasportatore, pago e comincio a riporre nella borsa i miei acquisti.
Tutto bene, se solo il marito della donna in coda dopo di me non avesse risposto all'esortazione della moglie "Carlo, inizia a mettere la roba nella borsa" con:
"Non è che posso passare sopra a questa qua".
L'ha detto, non posso trattenermi, proprio non ce la faccio.
"Questa qua lo dice a sua sorella. Può passare dove vuole visto che sono alta un metro e sessantacinque e peso cinquanta chili. Esiste la parola permesso, lo sa? E se fosse una persona educata, invece di stare a guardare me che cerco di raccogliere le mie cornici sparse per tutta la cassa, mi aiuterebbe a prenderle e a metterle via. E fossi in lei mi laverei i quattro peli che le sono rimasti in testa, che sembrano attaccati alla sua fronte con la gelatina. Buona vita, signor Carlo!"
Afferro la borsa piena e mi avvio verso l'uscita.
Poco dopo un pensiero si insinua nella mia testolina: caro signor Carlo, non gliel'ho detto, ma spero vivamente che nell'imballaggio del suo scaffale Kallax non ci sia tutta la minuteria!
Che il karma Ikea sia con me!

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