Non sono una vittima. Sono una combattente.


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In questo numero de L'Espresso nella rubrica Idee, vi sono una serie di articoli che come titolo/tema comune hanno "Quale otto marzo".
Ho letto velocemente tutti gli articoli e, a parte quello di Caterina Serra, intitolato "Aboliamo il genere", che trovo molto interessante e tratta lo "xenofemminismo", il resto è una disquisizione sulle donne che non hanno ancora gli stessi diritti e opportunità dell'uomo, come proverebbero i recenti avvenimenti da Collovati a Wanda Nara, dall'insulto leghista a Renga, dallo scienziato del Cern a Di Battista, e non poteva mancare il "caso sussidiario".
Tutti fatti che comproverebbero quanto la nostra società, che si vuole credere evoluta, sia ancora di stampo fortemente patriarcale. "Ho scoperto che gli asini non volano!" mi viene da esclamare.
Sono davvero stanca dei piagnistei pubblici, cartacei e visivi, di noi donne sulla nostra condizione. Ma non riusciamo a capire che continuare a sostenere che il mondo è brutto, gli uomini sono cattivi e nessuno ci vuole bene, è uno sfogo da ragazzine adolescenti e non da donne consapevoli e mature?
Vogliamo imparare da Emma, che invece di dirgli la qualunque, ha commentato con un raffinato "Non mi abbasso al loro livello"?
Per favore, basta descriverci come vittime, perché io non sono la vittima di nessuno.
Tanto per cominciare non facciamone una questione di stato se non tutte le professioni vengono declinate al femminile.
Ho studiato ingegneria. Lo sapete quante donne sono iscritte a ingegneria? Due su dieci. Sapete quante docenti donna insegnano a ingegneria? Poche, pochissime. Sapete l'età media dei miei professori universitari di ingegneria? Oltre i 65 anni. Sapete quanto dovevano studiare di più le ragazze rispetto ai maschi, a cui qualche errorino veniva abbonato? Studiavano tanto, tranne una che era figlia di un noto ingegnere per cui le dicevano "Mi saluti suo padre". Io ho superato tutti gli esami ma non ho dato la tesi: se mi fossi laureata e avessi sostenuto l'esame di stato, non mi sarebbe dispiaciuta una bella targa con scritto ingegnere. Sì, non sono un uomo, ma sono ingegnere. Non sono un uomo, ma sono avvocato, sindaco, astronauta!
Altra questione, il nostro corpo. 
E' al centro delle maggiori offese da parte dell'universo maschile e anche delle loro attenzioni. Se non hanno altri appigli per offendere, lo facciano pure: ma ricordo loro che, fino a prova contraria, sono nati proprio da un corpo come quello a cui stanno rivolgendo le loro offese.
Ora tocchiamo il punto educazione.
I libri scolastici non sono abbastanza paritari e moderni? Credo che qualsiasi insegnante sia in grado di rimediare a questo gap proponendo esercizi alternativi o temi ad hoc, per esempio: "Tema: Riassumi la giornata tipica della mamma in due protocolli, e poi descrivi dettagliatamente la giornata tipica del papà in tre righe. Se i tuoi genitori sono mamma-mamma, papà-papà va bene un protocollo a testa."
Come genitori, inoltre, siamo chiamate a educare direttamente i nostri figli e spero vivamente insegneremo loro a rispettare le persone qualsiasi sia il loro genere, colore, etnia, religione.
Passiamo alla solidarietà.
Siamo brave a puntare il dito contro gli uomini, ma quando si tratta di aiutarci fra noi, darci un sostegno, diciamo che lasciamo a desiderare. Siamo le prime detrattrici di noi stesse e delle nostre "sorelle": "Guarda il sedere di quella", "Lei si è rifatta tutta" e via uno sproloquio di pettegolezzi e cattiverie inutili. Quando si tratta di assumere, anche le donne non fanno sconti alle loro pari: "Ha figli o ha intenzione di averne?" è una domanda che una ragazza in cerca di lavoro si sente fare sia dai maschi che dalle donne. Il buisness è buisness d'altronde, e per questo non ha sesso.
Non sprechiamo le nostre energie a lagnarci inutilmente: non siamo vittime, siamo combattenti.
Combattiamo contro chi non ci vuol far affermare professionalmente, portando le nostre competenze altrove, magari facendo "impresa rosa", come l'esempio di Pasta Granoro (A&F di lunedì 25 febbraio); combattiamo per il nostro corpo e la libertà di esporlo o coprirlo a nostro piacimento senza essere giudicate, importunate o peggio ancora, palpeggiate o uccise; combattiamo per i diritti di tutte le persone e non di un solo genere; combattiamo perché vengano messi in risalto i buoni esempi e non i cattivi maestri; combattiamo perché ci sia più rispetto, amore e tolleranza in questo mondo fatto per lo più di invidia, odio e rancore.
Combattiamo per far tornare in auge le buone maniere, facendo un passo indietro nel tempo, per sentirci maggiormente rispettate nel futuro: chiediamo che ci si rivolga a noi con un linguaggio consono e ci venga aperta la portiera della macchina, oppure che ci venga offerto il posto sull'autobus per cederlo a nostra volta al signore più anziano ancora in piedi. Combattiamo affinché in treno non sia io ad aiutare la signora a tirar giù le valige, ma si proponga uno dei tre giovanotti seduti vicino a lei. Combattiamo per far capire che tutti siamo in grado di fare qualsiasi cosa al di là del fisico o delle abilità, ma che prestare aiuto è un atto di civiltà e chiederlo non è una vergogna.
Combattiamo per elogiare l'educazione, l'eleganza, la signorilità di cui siamo portatrici sane: non starnazziamo nei dibattiti tv e non assumiamo l'atteggiamento nevrotico/isterico appena ci fanno un commento negativo. Impariamo a essere ironiche su noi stesse e soprattutto rispondiamo con pacatezza usando il sarcasmo con chi se lo merita.
Combattiamo per far capire che prendersi cura di una persona e trattarla con riguardo è un atto di umanità e non di pietà.
Combattiamo per sfide più grandi della declinazione di una parola; combattiamo perché tutto il mondo venga declinato verso un futuro migliore per i nostri figli e per gli ultimi.
Nel mio piccolo, io ho già cominciato: da quest'anno mi faccio aprire la portiera della macchina dal mio fidanzato. Dopo una smorfia di disapprovazione e una imbarazzante "prima volta", intendo della portiera, devo dire che ormai ci ha preso gusto e lo fa volentieri, anzi, secondo me, si sente anche orgoglioso del suo gesto galante. 
Tenete a mente le parole di mia madre: "I numeri sono dalla nostra parte, i figli li mettiamo al mondo noi, dobbiamo pur far credergli di contare qualcosa!". E, aggiungo io, Michelle Obama insegna.

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